la gif per la mia lapide

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grazie a Marco Rosella

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swooosh

metro milano

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El Gana

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I giovani per Malaparte

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Edda


foto mia di cui vado fiero.

Due anni fa ho fatto questa cosa di cui vado molto orgoglioso. Avevo scritto uno dei pochi testi della mia vita a cui ero davvero affezionato ma è andato perduto quando abbiamo chiuso Chiuso.eu. Non c’è molto da scrivere, basta stare a sentire quello che dice lui. Immenso, sempre.

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Tadàn!

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I cani nello spazio cani
Le panchine nello spazio panchine
Gli sconvolti tuttavia albergano tra aiule e altalene
Bivaccano con la mista tra le mani
Urlano nomi raver ai loro cani fattoni
Siamo racconti incompiuti in libri rimasti accatastati invenduti sugli scaffali. Ma non è necessariamente un male.
Questi parchi sono per l’ossigeno dei nostri bambini
Li difendiamo con le ronde
Le organizza uno che insegnava “Schemi” alla scuola ufficiali
Ognuno di noi ha conquistato un suo spazio, ci conosciamo gli uni con gli altri
Non è poi così male. C’è chi è rimasto proprio fuori dalla grazia di dio. Senza sole.
L’altra notte si è presentata una donna di colore. Omar che è vecchio le ha urlato “Vai via Negra!”
I due o tre più in forze hanno calmato le acque. Io stringevo il mio fagotto e il mio cane, come ai tempi degli attacchi
Pronto a tutto, come la maggior parte di noi
Alla fine è stato fatto spazio alla donna, si è sistemata in un giaciglio vicino all’impianto elettrico
Le nuvole sono silenziose senza aerei che le rompono
Alcuni dicono che vivremo di più
Ci sottoponiamo alle onde tutte le mattine
A volte aiuto Paolino se si piscia nei calzoni e io gli procuro il sapone
D’inverno cacciamo conigli, i piccioni non si possono più mangiare
La vegetazione mangia il cemento veloce, riveste la città di radici e silenzio
Nella notte sempre sento rumori tra le foglie. Dormo col ferro stretto in mano. Ho visto come si usa
Due mattine fa erano due notti che non cacciavamo. Ho sentito in dormivegli la Negra avvicinarsi al mio zaino. L’ho colta a un passo dalle mie scatolette
Come una jeep che inchioda con gli abbaglianti accesi di fronte a un cervo impietrito dal terrore
Non ci provare, le ho sibilato
È tornata strisciando al suo giaciglio, coi due piccoli dallo sguardo assente e la bocca aperta.
La notte dopo l’ho presa a me, attirando la come un cane con una bistecca. Erano mesi che non succedeva.
Ho fatto quello che avrebbero fatto tutti
Sono come tutti
È i tuoni che non sono tuoni mi fanno presagire che dio mi punirà

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Breaking Banhoff

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Grazie al mio amico Marco Rosella per il web regalo più figo del 2013.

San-Valentino-a-Milano

il rientro

Milano. dopo l’estate.
torneremo a te, come le foglie innocue portate dal vento
aggrappate l’una sull’altra in cumuli ai lati dei marciapiedi
immemori dell’albero, della clorofilla
a giacere, ad essere tappeti morbidi per i passi di migliaia di viandanti indaffarati
sparpagliati come mollichine di pane tra i vari uffici
per stemperare la geometria secca e senza tono dei palazzi.
metteranno dei punti di aspirazione dell’aria pulita
innesteranno un grande schermo che proietta montagne
spruzzeranno aria di selva nel corso dello shopping
e tutti saremo convinti di aver fatto ritorno a casa
e io ti aspetterò in un bar di cinesi
coi tavolini in plastica e i baristi che sorridono e basta
perché non sanno una parola della nostra lingua.
a catalogare gli svitati, urlatori, derelitti, senza tregua
che penzolano ai lati delle strade.
a catalogarli e a metterli su una mappina disegnata a mano
figlio di dio per i figli di dio
sono uno dei tanti piccoli scriba della memoria collettiva delle foglie

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GUCA. REPORTAGE DAL DEGRADO

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Flora, fauna & Batttery sery

dagli archivi di Writeandroll un grande classico: il primo REPORT

Non esiste definizione migliore per la Serbia di quella che, come al solito, in un momento di lucidità femminile intensa e fulminante, ha tirato fuori Martina, la mia ragazza. P&P. Pino & Piscio. Meraviglia e sconcerto. Su strade che sono aggressioni in budelli di cemento asfaltati su terra cenciosa, nel loop della doppia striscia continua che ti vieta di sorpassare anche un carro di fieno, nella scia di una macchina carica di vecchi che butta fumo nero dalla marmitta o di uno stronzo francese con camper che non si sposta e crea file di chilometri, in questo mood da Europa dell’est che te l’aspettavi Russia invece è Albania, pino e piscio ti accompagnano sempre. Il giorno 10 dell’agosto di quest’anno, dopo un anno di fatiche e frustrazioni in lavori disarmanti, nel freddo gelido di una Milano sempre meno morale e meno capitale, noi principiammo le nostre ferie nel mezzo dei Balcani. Lì c’è Guca. Gootcha. Quello che una guida Lonely Planet ti descrive come un festival di musica folkloristica e gitana tipica e caratteristica. Bugia. Iperbole giornalistica dettata dal gusto meschino di chissà quale redattore di fare un piccolo tuffo pindarico, di stravolgere il senso, di scrivere – come sempre – senza sapere niente di quello di cui scrive. Di qui in poi la verità.

In un paesino tra i monti che altro non è che una strada principale con delle case intorno, tremila anime che pascolano pecore e bevono rakjia di primo mattino, per una settimana si radunano 400mila persone. Giunti a Čačak, un incubo pieno di cemento che pare eternit e zingari impolverati che vivono sotto ai cavalcavia, imbocchiamo una strada laterale. Il Tom Tom ci manda a fanculo e da quel momento saremo rappresentati solo da una freccina nel verde. Una freccina che annaspa cieca verso est. Fuori da Čačak le strade sono più piccole. Ancora di più. Un vecchio, che come tutti i serbi non parla inglese, ci indica una salita. Dietro c’è Guca. Nel mezzo della campagna-montagna, gente comunque in una qualche divisa, dentro a un avamposto militare approssimativo e arroccato nel legno, blocca la strada. Vogliono dieci euro per entrare e ti attaccano un adesivo sul cruscotto. Così puoi parcheggiare. Grazie al cazzo. Passato
il posto di blocco cominciano le tende. Sono ovunque. Macchine scassate con tigri aerografate sul cofano stanno ai lati della strada. Un sole che spacca le pietre e 40 gradi di puro appiccicume. Il sottofondo è un’ipnosi. Un brusio musicale indefinito, qualcosa
di simile a un goa ma di musica balcanica. La gente si muove in direzioni opposte a caso, in maniera chiaramente compulsiva, come uomini zanzara. Stiamo diventando come degli insetti, simili agli insetti… Sono ovunque. Uomini nudi e prevalentemente grassi, sudatissimi, al limite dell’unto oleoso da giorni, chiusi all’estremità del corpo da cappellini texani che impediscono la fuoriuscita dei pensieri, pavoni in magliette della Serbia, para militari, grassi con in mano della fottutissima birra nazionale calda da due litri. Una movida di zombie dello sballo che non dorme da giorni, che vive nel parcheggio della tenda, sul sedile posteriore pieno di briciole e scoregge sedimentate. Questo, fuori dal centro (centro di qualcosa, ma centro di niente).

Tough Boyz

Tough Boyz

Il confine con la vera festa lo segna il camping. O il modo di concepire la parola camping. Sotto la strada scorre un rigagnolo d’acqua. Là dove nasce la vita, si sono disposti tutti. Ci sono le macchine parcheggiate sulla riva con tende improvvisate. Gente sdraiata nelle piscine per bambini, che fuma, dorme, mangia porco. Nel fiume la vera visione. Il limite oltre a cui le parole non servono più. Nel breve corso d’acqua la folla beve, spegne sigarette, piscia, inzuppa i piedi. Si fa il bagno. Si tuffa. È il Gange in miniatura senza sbocchi sul mare. La parola batterio evidentemente non deve turbare la festa di nessuno. Io e Martina ringraziamo Dio di aver speso 35 euro a testa a notte per un ostello. 35 euro qui è una cifra che la gente ci prende per il culo. Italiani compresi. Ma che siete matti? Qui costa dieci euro dormire. Il problema adesso, in questo delirio, è trovare il nostro ostello. La polizia non ci dà indicazioni.
Non gliene frega un cazzo. Ci viene a prendere Vlad, il tipo del numero indicato sul sito di affitti on line più affidabile del web. È sdentato, alcolista pio e gentile. Però non esiste nessun ostello, il booking te lo ficchi. Vlad è il dio di un touring club illegale, che vola con un Free scassato di casa in casa e convince le persone a ospitarci. Dà loro due soldi e ci fa la cresta. Una di quelle persone che disprezzi ma che non puoi fare a meno di ammirare. Volete erba, ci chiede? Volete fare un viaggio ecosostenibile nelle montagne serbe con un gruppo di turisti internazionali? Ma quali turisti internazionali, ma quale cultura green. Tolti i serbi qui ci sono solo dei voyeuristi del sudicio, dei saccopelisti cenciosi, europei post colonialisti che scappano dai loro paesi in crisi per fare turismo dove anche un precario può permetterselo. Ci ospita una vecchia contadina col baffo monociglio. C’è l’idromassaggio nel bagno ma non c’è il lavandino. Apro l’acqua per lavarmi il viso nella doccia e mi rimane in mano il rubinetto. Sopra al cesso, applicato in diagonale come in un negozio di vestiti, un gigantesco specchio sul soffitto. Puoi cagare e osservarti dall’alto mentre ti liberi. Dopo esserci rifocillati e avere ucciso un ragno prendiamo lo zaino e partiamo per il festival. Cioè per quella cosa che noi fighetti italiani chiameremmo festival ma che è altro.

L'amore ai tempi della mononucleosi

L’amore ai tempi della mononucleosi

H&M Collezione Guca

H&M Collezione Guca

Per strada non c’è un programma, un cartellone degli eventi. Niente. Si leva solo una nuvola di fumo sopra il centro abitato. All’inizio non capisci cosa sia.
Senti solo l’odore. Poi ti avvicini e vedi. Il porco. Ci sono ovunque griglie improvvisate sul cemento dove capretti e maiali girano allo spiedo. I cani ci passano vicino sballati dall’odore. Io mi sballo con loro. Ti senti le narici invase dalla griglia. Caldo
su caldo. Sciallo su sciallo. La gente sta sborrando grasso con gli occhi. Fanculo il big Mac, torniamo a friggere la capra! Unto è il nostro motto! C’è comunque un mare di gente che prova gioia e divertimento a strusciarsi nella moltitudine di beduini delle montagne. Quelli di qui. Che eppure sono come noi ma sembrano un’altra specie. Uomini enormi giganti. Alti. Quadrati. Mi accorgo che vestono tutti militari. Magliette di Milosevic ovunque, cappellini dell’esercito, ultranazionalisti serbi con le loro fighe. Le stesse che vedi in un qualsiasi night club italiano. Con quell’atteggiamento da ballerina del night. Aggressiva e scazzata. Io sono l’unico con una barba da fottuto hippie e i Birkenstock ai piedi. L’anno scorso ero in vacanza a Williamsburg, Brooklyn, New York, patria delle fighine indie e dei figoni col ciuffo come me. Martina ha un fiorellino in testa e una gonna che ha sempre definito gitana, tolta dal suo armadio di Milano dove non la mette, e impacchettata in valigie che hanno viaggiato per chilometri fino a qui. Mica veniamo a caso. Ci facciamo bellini. E anche loro! Due tizi ubriachi e nudi camminano abbracciati. Passa una donna. Il più grasso di loro gli allunga un calcio nel culo alle spalle e la manca di un pelo. Lei non si accorge e scorre via. Loro si accasciano a ridere. Vecchie col gelato sono sedute in mezzo a montagne di pannocchie arrosto smangiucchiate e buttate a terra. Rutti lambiscono l’aria. I piccioni mangiano avanzi. Vecchi in tenuta tirolese vendono bottiglie di grappe di montagna. Uno autografa poster dove è ritratto ricoperto di sangue mentre ammazza una capra. La televisione lo intervista. Pare famoso. Pare che non gliene freghi un cazzo. La gente gli si annida attorno. Mangiamo il primo pezzo di porco da un uomo grasso che intinge le mani in una tazzina lercia nell’acqua e poi le affonda in una tinozza di macinato. Blob blob. Ogni singola bancarella vende paccottiglia. Croci, madonne, Milosevic in versione pallina di neve, vecchi cronografi e motoseghe. Le motoseghe sono l’oggetto di culto, qui. Le librano accese. Cazzo. Bande di gitani dove bambini di dieci anni suonano con anziani col trombone scorrazzano per le strade. Li distingui dalle magliette tipo squadra di calcio. Stupendi. Eccezionali. Suonano da Dio. La gente li tratta come scimmiette da circo. Li scacciano. Sono mezzi turchi, mezzi neri, qui non credo siano visti bene.

Mi rendo conto che tutti, ma cazzo dico tutti, mi guardano male. Non scherzi un cazzo amico italiano. Qui non sei bela Milano. Qui sei casa mia. Non ho mai avuto veramente paura per la mia incolumità, ho solo provato un grande fastidio per questa massa molesta che mi sbatteva contro, mi pestava i piedi, mi sparava musica techno
in faccia. Ogni singolo bar ha il suo amplificatore, tutti mandano musica diversa. Non distingui un suono che sia uno. Solo a sera ci accorgiamo che c’è un palco e un festival vero. Quello in strada è un festival parallelo. Ci sono tutti gli sfattoni scesi dai monti armati di vuvuzelas e birra, che piangono, urlano, sbraitano, si abbracciano in rituali maschili primitivi di appartenenza. Sono una massa unica.
Le loro compagne, silenziose, accanto. Accompagnatrici. Sappiamo che il giorno dopo c’è Bregovic. Non lo caga nessuno. Qui il mito è Marko Markovic. Bregovic è un fighetto per occidentali. Un progetto dell’ufficio del turismo. Dopo aver scavalcato il mare della folla dello stadio, dopo aver visto il muro del piscio dove ogni uomo va a farla in compagnia, decidiamo che siamo stanchi. Sono ore che corriamo. Martina non ha ballato. Due veneti ci hanno abbordato e li abbiamo paccati malamente. L’ultima immagine è quella più sacra: un uomo con un pitone al collo che si staglia sulla folla e una tipa che fuma una cicca visibilmente sbronza. Invece di buttarla a terra la butta sotto al ponte. Dentro a una tenda. Tanta roba Guca, ma siamo pur sempre
turisti. Per dio, vogliamo dormire. Ce ne andiamo sulle note di Marko. È stato il giorno più indie della vacanza. È stato qualcosa che ci ha segnato. Qualcosa di molto lontano dall’ufficio. Ci sono sempre troppi mondi e non lo sai mai. Giudicare è inutile, le esperienze sono vere solo quando toccano. Come questa. Dopo hai ancora voglia di perderti a est.
A est.
Per tatuare una schiena grande ci vuole un tatuaggio grande.

Backstage Mtv Day 2012 Guca palco principale

No Country for Vegan Men

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Livin ON the road

Problemi veri per uomini veri.

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Summer Jamboree alla balcanica

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Foto di Alec Soth di un NON LUOGO

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Vintage Love

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Negli occhi hanno gli aeroplani
Per volare ad alta quota
Dove si respira l’aria
E la vita non è vuota

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Raga la spina a 3 euro!

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Car Pooling responsabile

Sulle note di Male di Miele

Sulle note di Male di Miele

Notte Rosa

Scusa sai mica dove è che si comprano i grattini?

 

 

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viva i vecchi

Uno stereotipo che mi da molto fastidio è “vecchi di merda perché non si ritirano”. Mi ha sempre dato fastidio, applicato sia alla politica che al rock and roll. In tutte le epoche storiche e in tutte le società fino alla metà degli anni 50 i vecchi erano tenuti in grande considerazione, la loro opinione era quella che decideva le sorti della comunità. Detto questo a Iggy Pop non gli puoi dire che è vecchio, perché per farlo dovresti quantomeno essere meno vecchio dentro tu di Iggy Pop. L’ho visto due volte. Ho imparato ad amare gli Stooges dopo aver letto Please Kill me, anche se concordo che non abbiamo scritto dei pezzi troppo belli. Beh cazzo, sono gli Stooges, suonano come un frullatore incazzato e distorto non possono fare roba troppo orecchiabile. Ma è grazie a loro e solo a loro che è esistito il punk, o quell’attitudine che tutti credete si chiami rock and roll e invece è il punk, è grazie a loro se sono nati i Ramones e di conseguenza TUTTO. Anzi voglio contraddirmi, gli Stooges hanno scritto dei pezzi stupendi come 1969, 1970, We Will fall, T.V. Eye, Raw Power, No Fun, I wanna be your dog e via dicendo. La colpa di Iggy Pop, diciamocelo, è che suona ancora a petto nudo. È questo che non gli viene concesso, è questo che fa dire alla gente che è un vecchio di merda. Perché se si fosse messo a fare dei live in teatro con le luci basse e dei reading da seduto con dei completi scuri a 67 anni, tutti avrebbero speso parole di elogio per lui. Invece ti tocca andarlo a vedere completamente sciancato, decrepito, smascellante e con lo sguardo vitreo, con la pelle a pezzi e le vene varicose che gli escono dal collo. Con la paura che muoia sul palco o che si spacchi qualcosa (a proposito l’hanno scorso si è fratturato un piede e ha finito il concerto). E lui li fa il giovane anche per te, fa il libero anche per te. Perché tutto questo bisogno di rock and roll, di libertà, di mandare tutti affanculo ce lo abbiamo tutti bello scritto sulle bacheche di Facebook, sulle magliette, sulle posizioni che manifestiamo, ma diciamoci la verità, nella vita di tutti i giorni mica lo mettiamo tanto in pratica. Abbiamo tutti un capo stronzo a cui succhiare, abbiamo tutti da incassare, abbiamo tutti da subire piccole ingiustizie. E tutti diciamo sissignore. Quindi ogni anno io vado a vedere Iggy Pop ed è come per un credente andare a farsi benedire da Padre Pio. Ci pensa lui a essere quello che non sono, posso sublimare in lui quello che non potrei mai essere. Lo vedo muoversi per un ora e poi me ne torno a casa e mi dico “da domani devo avere più palle, la vita è stupenda, devo essere forte”. Penso che sia utile. Quasi nessun musicista della mia generazione ha un ruolo del genere per me. Anzi forse nessuno. E quando Iggy Pop sarà morto penso che sarà morto l’ultimo rappresentante di un momento storico in cui i morti di fame se ne sono fregati in massa dei figli perbene delle amiche della mamma che guadagnano studiano sono noiosi e migliori di loro e hanno urlato “leccateci le palle noi ci divertiamo”. Il mio più grande desiderio per l’Italia è che prenda il sopravvento mediatico e scenda dal cielo sul suolo nazionale un messia che dice “spegnete il wi-fi, tagliate i ponti con le vostre radici, prendete coraggio e occupate questo paese per farci qualcosa di migliore, quindi non credo molto nel futuro del PD o del Pdl. Credo ancora molto in Iggy Pop, perché è ridicolo, fuori luogo, macchietta di se stesso, debole e illuso. E lo è in una società che ti chiede di non esserlo. E quelli che dicono che è il concerto di un vecchio di merda sono dei ragazzini con delle magliette da manichino di H&M che hanno ancora le macchie delle seghe sui pantaloni e ridono in maniera smodata sui tram e ogni volta che parlano al telefono tendono a esprimere quello che pensano a voce alta per farsi sentire da tutti. Gente di cui diffidare.

Detto questo la sua voce è sempre la cantilena berciosa e ubriaca di una teppa di ragazzino in un vicolo di notte che fishia il suo amore a una ragazzina. È ancora una poesia ululante. E le sue mosse sono sempre stupende e armoniche. Sono andato a vederlo con i miei due amici Giorgio e Fede e Gio è stato trascinato dalla folla sul palco. Non è un caso, Gio è un fotografo esagerato e infatti era al momento giusto nel posto giusto. Quando abbiamo visto la sua testina tonda in mezzo alla calca accanto a Iggy abbiamo cominciato a urlare contenti pazzi per lui. Questo post è solo per dire che il mio amico Gio è un grande. E anche gli altri miei amici lo sono. E Iggy Pop è riuscito a finire il concerto tirando fuori l’uccello e il cameramen che mandava in onda sul grande schermo dell’Ippodromo Del Galoppo ha ripreso, ma il regista ha subito cambiato camera e si è visto solo il finale in cui Iggy usciva di spalle a culo nudo. E l’uccello mencio di un 67enne fa ancora scandalo pure se siamo a Milano in tre gatti a vedere un concerto che non si caga nessuno. E diobono vince sempre lui. Come la metti la metti ma lui vince.

E ora guardate in faccia la morte, in queste foto, e ammettete tutti che lui ha meno paura di voi ad affrontarla. Per me è un santo. Giorgio hai fotografato un santo!

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foto di Giorgio Serinelli