

Non succede quasi mai una cosa del genere quindi è giusto scriverne. Su Riders di questo mese, in un numero interamente dedicato allo stile, io ho dato voce a William Burroughs. Per la maggior parte ho usato parole sue, ma in due o tre punti ci ho messo anche del mio. È stato come armare la marionetta pazza de El Hombre Invisible. Lui parla parla, ti dice le cose, tu non le capisci ti fanno paura però sai che sono tutte vere e allora sbam le schiaffi li in pagina. Mucho bello.



Volto di Cristo nella metro sul petto di un sudamericano. È probabile che non sia nemmeno su quella maglietta, che solo io l’abbia visto.


Il mio amico Alessandro Della Ratta dice sempre cose importanti. Parlando con un altro mio amico ha detto “Vedi bimbo, la fia è come l’aragostina… hai presente?” “Eh” “Eh, e com’è l’aragostina? Bona no? Sai bello mangiarla tutti giorni? Da signori proprio. Però diciamoci la verità… ogni tanto… una bistecchina… eh?”. E questo mi sembra un punto di vista adatto per riflettere su Charles Bukowski. Un altro amico ancora su Facebook tempo fa mi ha chiesto che ne pensavo di lui. Io lo leggo da poco Bukowski, in adolescenza mi spaventava, come i Nirvana e come tutte le cose che mi sono piaciute dopo. Lo leggo molto volentieri, mi sembra sempre di leggere lo stesso libro, come a tutti i suoi lettori no?
Ho pensato a Bukowski perché sto leggendo Cioran. Cioran è l’aragostina. Veramente alto, monolitico. Gli piaceva un sacco a un professore di estetica che avevo all’università, il Desideri. Ci si crogiolava proprio. Lo citava appena poteva buttando la testa all’indietro e ghignando come se stesse parlando di un suo amico. L’ho letto Cioran, ne ho letto uno che penso possa bastare per tutti. Un volume di aforismi sul ritorno alla nascita, la fede, la vita. Le stesse cose di cui parla Bukowski solo impregnate di vero pessimismo e impossibilità di riscatto. E leggendo mi sono chiesto come mai li ho letti in sequenza e come mai mentre leggevo Cioran, Bukowski ogni tanto esclamava “Oh porco cazzo amico…”.
Spesso mi sento un gran groppo in gola a leggere Bukowski. Vorrei leggerlo di più, ma proprio non riesco: è troppo per me. Quando leggo gli altri autori lui mi manca e mi ricordo del suo tono per come l’ho conosciuto nelle sue pagine, ma l’entusiasmo che avevo alle sue prime letture quello ormai è seppellito dietro al rimorso. Credo che Bukowski mi abbia messo, e metta anche moltra altra gente, di fronte ai miei limiti. Credo che mi abbia terrorizzato. Impossibile rimanere distaccati, impossibile leggerlo e rimanere indifferenti. Come fai ad andare a lavoro il giorno dopo? Come fai a subire i torti del tuo capo? Come fai a continuare a rigare dritto verso la fossa? Come fai ad avere la sua forza? Te lo immagini prima di una di quelle letture enormi, a San Francisco, con lui abituato ai 20 perdigiorno che aveva nelle librerie di Los Angeles, terrorizzato a vomitare la sbronza presa per affrontare una platea di mille (1000) studenti che non aspettano che lui. Entra e deve ribere ancora per stare calmo, poi scroscia il primo applauso e tutto si risolve. Quanta forza ci vuole per sostenere quel peso? Te lo immagini inginocchiarsi a terra quando a 40 anni il postino gli porta una busta con il suo primo libriccino stampato, una raccolta di poesie, e lui che piange e bacia le copie una ad una. A quarant’anni. Quanti avrebbero la forza di aspettare tanto? Te lo immagini dopo l’ennesimo fallimento con una donna che cammina senza una strada davanti, senza un futuro, senza soldi e trova un’officina di tipi torvi e curvi che manco li mandasse il Cristo gli dicono “hey amico, serve un lavoro?” e lui che risponde “no, non serve” e tira dritto felice per non aver ceduto.
Bukowski è un santo che porta la pace, il San Francesco della letteratura americana. È lui “gli ultimi” e degli ultimi parla. Usa una lingua comune, dice scemenze, è stolto spesso, si diverte delle proprie scoregge, fa le magie con le parole stupide. Al tempo stesso le sue pagine sono un continuo di picchi altissimi, raggiungono toni di verità totale e sopra ogni giudizio. È con la verità che Bukowski azzera il linguaggio, abolisce la bugia, è con questi ganci di puro realismo che mette tutti a tappeto il più grande peso massimo letterario del 900. La sua opera è uno dei più grandi testi di tolleranza e pace che siano stati scritti negli anni in cui tutti, ma proprio tutti, erano presi male. Anni in cui la letteratura diventava un cassetto chiuso pieno di lettere a se stesse degli scrittori, piccole lagne, suppliche, seghe a vicenda, lui è riuscito a riempire interi armadi di fogli scritti a macchina sfogando la rabbia di tutti quelli che non avevano la sua forza ma condividevano le sue debolezze. La sua solitudine è ascetismo, il suo alienarsi nell’alcol è meditazione, il suo sistema di vita scandaloso è coerenza. Vuoi essere un cavallo pazzo? Come diceva Carmelo Bene di Nietzsche “Lui se l’è meritata la pazzia… ma voi? Voi non avete fatto un cazzo”. Leggete Pulp, l’ultima cosa che ha scritto Hank se volete capire il concetto di fede. Un vecchio ammalato di tubercolosi, colpito dalla leucemia, che gareggia col tragico tempo che incombe inscenando un’allegoria della morte con se stesso sotto forma di investigatore privato fallito che con la morte (sotto sembianze di gran pezzo di gnocca) ci scopa e passa il tempo alla ricerca di Ferdinand Celine, che trova, e di un picchio rosso che non esiste. Io raramente ho sentito suonare le campane.

Ascoltare Bukowski che scrive, leggerlo, sentirlo, è come osservare Alì che combatte. È uno di quelli che vince con la volontà. Non ci sono proprio cazzi nella letteratura, la letteratura è come lo sport. Il cuore e le palle sono la marcia in più. Solo gli stolti pensano alla letteratura come un movimento collettivo, una forza umanizzatrice che eleva gli uomini, una boriosa vittoria dei colti sugli ignoranti, un club di signori col sigaro che se la godono in segreto rinchiusi di fronte al camino e gelosi del loro nascondiglio mentre il popolo affamato fuori fa a pugni per un tozzo di pane nella battaglia. Ma quando mai! La letteratura è la lotta di pochi uomini santi contro il Potere costituito, contro l’annichilimento borghese, contro la morte, contro il vero Nemico. Sono i buoni contro i cattivi la letteratura. Ve l’hanno incultato in testa a voi non lettori che la lettura sia un gran rompimento di palle. E per questo gli ignoranti non leggono, perché pensano che sia noioso. Quando sento parlare di crisi economica pure penso a lui. A lui che ha sempre vissuto in crisi economica in una società ancora più stronza e razzista della nostra, ancora più massonica, squilibrata, deviata della nostra e penso che spesso e volentieri ci raccontiamo un sacco di cazzate perché è molto più facile raccontarsele. A Bukowski le cazzate non gliele posso dire, se lo leggo, e lui mi sente, me lo dice subito che sto cercando di prenderlo in giro. Lo sa che il mio limite sono IO, che il nostro limite siamo NOI, non la società, non i politici, non questi tempi, non il destino. È come un prete Bukowski e al silenzio del confessionale DEVI ammettere la verità. E per me quando un uomo riconosce che la sua vita quotidiana e il suo bagaglio di scuse sono solo una comoda tana per non reagire allora quella è RELIGIONE. E lui è per forza il re degli ultimi, schernito in vita, abusato, ridotto a macchietta, pronto a pagare sulla propria pelle per ogni sua colpa. E noi lo sfoggiamo nelle nostre classifiche come fosse un po’ anche nostra la sua libertà ma per dio se è blasfemo anche solo pensarlo. Lo mettiamo nelle magliette, negli status, nelle stronzate. Usiamo le sue parole come amuleti ma lui lo sa che funzionano solo se le mettiamo in pratica, non se le attacchiamo alle pareti. Johnny Rotten con la voce rotta dall’incazzatura diceva “la prima volta che ho visto una folla di punk, con le creste come le nostre e i giubbotti come i nostri ho pensato ma che cazzo stanno facendo questi ragazzi? Il punk era essere se stessi, non addobbarsi a festa come dei coglioni. Ho pensato insomma che quei ragazzi fossero la morte del punk”. Siamo tutti uguali tutti viviamo con le nostre catene, anche Bukowski ce le aveva e ora che è morto il suo fantasma le sbatte di notte quelle catene nei castelli disabitati del nostro silenzio. Ci tormenta, ma è un fantasma buono, di quelli che vorremmo evocare in seduta spiritica. È lui che vorremmo avere avuto come maestro.
Le cosa più grande che Bukowski mi ha insegnato è “non avere aspettative troppo alte. Anzi non averne affatto. Tutti hanno aspettative troppo alte”. Lui è quello che salva la letteratura da tutti gli scrittori monotematici e monopalla che abbiamo e che riempono gli scaffali delle librerie, scrittori da cui si traggono film inutili che vengono prodotti a scapito di quelli che magari sarebbero utili, da scrittori che si insegnano a copiare nei seminari per diventare scrittore, quelli che piacciono agli opinionisti dei quotidiani, quelli che ne leggi due righe e stai li tronfio nel divano a ingozzarti di storielle come un papero grasso e scemo per passare il tempo, i peggiori: gli scrittori che utilizziamo per passare il tempo. Su tutti Murakami… Le grandi, prelibate, costose, elitarie, aragoste giganti. Bona l’aragosta, ma ogni tanto… la bistecchina… eh?



Buongiorno signori, riprendiamo circa da dove ci eravamo lasciati. Oggi parleremo della parabola di Joan e del famoso Guglielmo Tell che le è costato la vita.
Appena arrivato a Città del Messico, siamo nel 1949, Burroughs si sente finalmente a casa ed è scappato oltre il confine a causa di svariate condanne tra cui una per falsificazione di una ricetta e una per possesso di eroina. Il Messico è la terra del possibile. La polizia è corrotta, chiunque può trovare un arma, la droga gira in grosse quantità e gli ubriachi dormano in terra senza che nessuno intervenga, finalmente può respirare. In Messico ci passerà tre anni e se ne andrà solo dopo la morte di Joan.
Burroughs è gay ma il suo legame con Joan è fondamentale. È una compagna-sorella, l’unica donna che abbia veramente amato, una donna con cui comunque passa molti anni della sua vita e da cui avrà il figlio Billy. Joan è anche lei una tossica con il debole per la benzedrina, devota a suo marito ma al tempo stesso fragile psichicamente. È stata lei ad iniziare Burroughs alla benzedrina oltretutto. È l’essere femminile doppio: da una parte la musa che accompagna il marito gay, dall’altra una derelitta che passa ore ad osservare i vermi che le escono da sotto la pelle. Lei sa di William, della sua omosessualità, i due non dormono assieme ma al tempo stesso portano avanti un concetto di famiglia astruso e decadente, coi due bambini che girano per casa scalzi e si lavano solo quando ne hanno voglia giocando con le bottiglie di whiskey vuote. I primi tempi in Messico vanno anche parecchio bene, però a Burroughs manca la terra sotto i piedi. Parte per la ricerca dello yage con Allerton e non lo trova. Il suo amore verso Allerton non è corrisposto e lui non vuole avere rapporti sessuali con Burroughs. Burroughs si sentiva disincarnato, più che avere rapporti sessuali cercava un corpo estraneo da abitare. Allen Ginsberg non lo stava corrispondendo e in questo periodo hanno un grande rapporto epistolare che potete leggere in Le lettere dello Yage. Mentre Burroughs è via per mesi sperso nelle montagne messicane alla ricerca di una droga perfetta arrivano a casa sua Lucien Carr e Allen Ginsberg. Trovano una Joan ormai disfatta, piena di escoriazioni nelle braccia, che sta perdendo capelli, ormai prossima al disastro. Joan si innamora di Lucien, Allen se ne accorge e rimane tristemente intenerito. Joan è debole, prossima alla follia, con la scritta morte invisibile e indelebile in fronte. Diventa un presagio di se stessa a breve.

Burroughs nella giungla alla ricerca dello Yage
Ecco ci siamo, stiamo arrivando al dunque.
Dopo il fallimento della ricerca dello yage William gira per città del Messico senza sentirne più la magia. È a corto di soldi, a corto di fiato, a corto di tutto, la sua vita se ci pensa bene è davvero uno schifo. E poi ha un brutto presentimento, sente la presenza di qualcosa che sta per avvicinarsi e distruggerlo. Tanto per tirar su qualche dollaro decide di vendere una pistola, la sua 380 automatica che tanto non gli piaceva e sparava basso. Per non dare nell’occhio il luogo dello scambio fu a casa di Gene Allerton ed Eddy Woods. Nonostante i brutti presentimenti Burroughs si alzò dal letto e andò con Joan a casa sei due amici trovandogli in attesa circondati da bottiglie di Oso Negro. Il compratore non c’era e si misero a sbevazzare per ingannare il tempo.Ed è incredibile di come a volte il destino si compia. Joan in presa a risatine isteriche più del solito teneva conversazione mentre Eddie Woods guardava storto Billy. Non gli piaceva, pensava che avesse un brutto ascendente sul suo amico Gene e non vedeva l’ora che si levasse dalle palle. Joan: “Dai Billy facciamogli vedere il nostro numero del Guglielmo Tell” e si piazza un bicchiere di whiskey sulla testa mettendosi a sedere di fronte a lui, a due metri e mezzo di distanza. È tutto talmente assurdo che non può succedere pensa Eddie Woods. Eddie è seduto accanto a William, tutti sanno che è un buon tiratore, tutti loro hanno le pistole, non c’è niente di strano in quello che succede solo che nessuno pensava che avrebbe sparato. Eddie si preoccupa, per un istante, che i vetri andranno sparsi ovunque che ci sarà un buco nel muro e che Juanita si incazzerà tantissimo, ma tu guarda questo stronzo di William Burroughs sempre a tirarti nei casini pensa in silenzio. Si sospende tutto per un attimo, tutti trattengono il respiro, quello che succede non è reale, sembra una pagina di uno dei futuri libri di Burroughs. Burroughs preme il grilletto, la stanza è piccola, il rombo della 380 assorda tutti, nessuno ci capisce niente, si sente solo la puzza di polvere da sparo. Eddie vede cascare il bicchiere in terra vuoto, agitato e roteante, non gli torna. La 380 ha sparato basso, Joan cade riversa su se stessa. Il primo a scattare in piedi è William che urla solo “No! No!” e piange.

Burroughs interrogato dalla polizia dopo l’omicidio di Joan a Città del Messico
Allen Ginsberg legge la notizia sul giornale a New York, era stato lui a presentarli. Si sente triste e pensa che Bill non ce la farà senza Joan, lei lo elevava a potenza lei gli faceva superare i confini del rapporto carnale. Lei era meglio di lui.
Tutta la vita Burroughs espierà questo gesto. Tutta la vita si sveglierà pensando a quello che ha fatto. Non solo l’omicidio ma la distruzione dei rapporti coi suoi familiari. Burroughs venne rinchiuso a Lucumbere, la progione conosciuta come il Palazzo Nero. Il suo avvocato Jurado disse a Eddy e Gene di starsene chiusi in un albergo e mostrò a William come il sistema giuridico messicano fosse basato sulla corruzione e sullo spergiuro. Burroughs uscì da Lecumbere tredici giorni dopo con una cauzione di 2312 dollari. Andò a prenderlo il fratello maggiore Mort e fu un momento importante per i due. Sarà l’unica volta che i due vivono il loro legame profondo. Dopo una vita senza parlare i due dormono nello stesso letto, abbracciati e Bill si sente per la prima volta solo, vedendo nel gesto così emotivo del fratello la perdita della sua infanzia, di una famiglia che lo protegge. Ormai è solo e dopo questo gesto saranno tagliati anche i rapporti di William Burroughs con il concetto di morale e di civiltà. Mort tornato a casa dirà a sua moglie che il fratello è completamente impazzito. I bambini verranno allontanati, mandati a vivere coi nonni. Cosa era successo quel pomeriggio? Non era riuscito a redimere sua moglie, non era riuscito a salvarla, lei tossica ormai allo stremo condannata a una morte certa e lui peggio ancora frocio e tossico perso pieno di condanne. Come potrebbe farle la morale? Inoltre dovete sempre tenere presente che Burroughs crede nella magia nera, nelle forze avverse, ha una concezione medievale e mistica del destino. Niente è nel caso. Aveva avuto dei presagi di quello che succedeva ma non si era fidato. Se solo fosse rimasto a letto quel pomeriggio niente sarebbe accaduto. Quello della morte di Joan sarà un evento sacrificale di cui lui si sentirà forse più vittima che carnefice. Ha ucciso Joan o l’ha liberata? L’ha condannata o l’ha salvata? ha ucciso lei o ha ucciso se stesso? Sta di fatto che questo evento scopre la vocazione della scrittura che prima non sapeva di avere. Sarà l’esempio di scrittore che nasce per rielaborare il trauma dell’evento negativo che si trova ad espiare i demoni che ha dentro grazie alla scrittura. Di certo ci sono solo le parole che ha scritto anni dopo “Ci sono errori troppo mostruosi, che il rimorso non può temperare”. Senza la morte di Joan, non avremmo avuto William Burroughs.

Joan da realitystudio.org

Gli anni della formazione di William Burroughs nella scuola di Los Alamos. Nell’edificio in cui lo scrittore scoprirà la sua omosessualità, verrà creata la bomba atomica che distruggerà Hiroshima.


Foto di gruppo a Los Alamos. Burroughs in basso a sinistra.
Ashley Pole era un affarista, ex militare, fissato con la vita all’aria aperta e il coraggio fisico. Quando comprò un ranch dismesso, colpito dalla sua totale bellezza, aveva già in mente che cosa farci. Quel ranch divenne la Los Alamos High School, una scuola per giovani ragazzini annoiati dell’est che proponeva un nuovo metodo di studio: esercizio fisico e vita all’aria aperta. Piccoli Rambi acculturati che avrebbero mangiato la pappa in testa ai loro futuri colleghi della classe dirigente. Perché è importante avere una intuizione, ma negli affari è ancora più importante saper uccidere la preda. Non fu difficile per Pole trovare un buon direttore, si trattava di uno dei giardinieri del ranch. A. J. Connel, irlandese, ex guardia forestale, conosciuto per avere con se un gruppo di hombres che rispondevano al suo comando, girava sempre con un Luger carico ed era omosessuale. Di preciso bramava i ragazzini, che chiamava sciommioni o gorilla senza pelo. A Los Alamos non esistevano le chiavi delle porte e Connel era famoso per fare irruzione di notte e sorprendere gli alunni che si masturbavano. “Ti ho colto in fallo!” diceva. Colto in fallo. Oppure, “te lo sei menato fino a schizzare lontano?”. Quando lo chiese a Burroughs, allora sedicenne, il timido alunno non disse niente ai genitori, perché sentì un silenzioso e profondo sentimento di complicità.
Nel periodo di Los Alamos Burroughs capisce un sacco di cose. Agli altri non piace, lo evitano appena possono. Diventerà come Kid Carson (“Non mi piace, sembra un cane ammazza pecore” dice uno dei personaggi del libro), il protagonista di Strade Morte, giovane cowboy alieno che viaggia nel tempo facendo saltare teste e scopando piccoli cinesi sottomessi. A Los Alamos il giovane Bill ammette a se stesso di essere gay. Si innamora del compagno di stanza, che cattivo come solo un adolescente può essere cattivo, lo tortura e non si concede. Non riesce a mettere in pratica il suo mondo interiore e quindi comincia a cercare di modificarlo, così come farà con la letteratura che userà come arma per riscrivere la realtà. A Burroughs sono sempre piaciute le pistole. Per difendersi anzi tutto. Difendersi da chi? Da cosa? Dalla realtà. La minaccia è invisibile ma reale. E sempre lei il nemico giurato, perché insozza tutto di reale, lo costringe, lo svilisce. Ed ecco che a sedici anni Bill inizia il suo viaggio interiore nell’alterazione. Una sera Burroughs entrò in una farmacia e acquistò del cloroidrato, una sostanza che assunse per entrare in uno stato di alterazione. È un episodio fondamentale perché fu la prima volta che assumeva sostanze di proposito. Tornò a scuola barcollante, smostrato, seminando il panico tra studenti e docenti. Scrissero a casa, Bill non rigava mai dritto. Era bravissimo secondo l’insegnante di inglese ma al tempo stesso privo di qualsiasi schema razionale, dispersivo, astratto, non inquadrabile. Non voleva nemmeno mai fare sport. Era già Burroughs.
Bosworth, era uno di quelli insegnanti che pareva avercela con Billy. Insegnava ginnastica. Una mattina Billy e gli amici prendono di mira un nido di vespe, Billy fu punto quattro volte. Sapeva che Bosworth aveva degli antidolorifici potenti nella sua cassetta di emergenza ma quando ne chiese uno si prese solo un’occhiataccia. Billy non era uno che passava sopra questao genere di cose e la mattina dopo fece trovare una sorpresina alla classe che si presentava alla lezione della prima ora: impiccato al soffitto un boy scout di gesso rubato in corridoio con su un cartello che diceva “Bozzy-strega che tu sia dannato”. Non ci volle molto a capire chi era stato. Connel non espulse Burroughs solo perché Bosworth era stato denunciato per molestie su un ragazzo. Cercarano di insabbiare tutto. Burroughs riuscì comunque a farsi espellere scappando di notte e facendosi beccare a passeggio con una prostituta messicana alle quattro del mattino. Finalmente era libero da Los Alamos.

La cosa interessante è che Los Alamos venne smantellata e venduta ai militari. Divenne il luogo dove si progettò Little Boy, la bomba atomica che distrusse Hiroshima. Divenne una fabbrica di teste di uovo. Per Burroughs l’avvenimento più importante e lancinante della storia non è la nascita di Cristo, ma lo sgancio della prima bomba atomica. È un evento di cui parlerà più o meno sempre in tutti i suoi romanzi, un episodio di cui scriverà anche inconsciamente per tutta la vita. La coincidenza karmica di essere stato in conflitto con Los Alamos non fa che metterlo ancora una volta in una posizione di scontro con l’autorità costituita, con la politica, con i militari. Non esiste il caso nella concezione del mondo di Burroughs ma solo una serie di eventi scritti nel passato e nel futuro che si incrociano tra di loro e ci portano a spasso nel tempo. Ognuno compie il suo destino. In una scuola maschile con schemi da massoneria militare, il giovane Burroughs come il giovane Törless di Musil, deve difendere la sua omosessualità e la sua opposizione alla pochezza umana. Una battaglia che vincerà forse solo da postumo o negli ultimissimi anni della sua vita. Sempre se l’ha vinta. La cosa interessante è che lo stesso episodio diventa il centro del primo romanzo di formazione di Musil, è per Burroughs un capitolo che chiude quasi la sua produzione letteraria ormai a settanta anni. Strade morte fa parte di una trilogia autobiografica che inizia con Le città della notte rossa e si chiude con Terre occidentali. Kid Carson, l’allegorico Burrughs-cowboy, viene fuori quando l’autore è già considerato uno degli scrittori americani più importanti di sempre, la beat generation è finita e Burroughs è ormai vecchio, povero, reduce dalla morte del figlio e fissato con l’idea della sua stessa morte. Come in Kafka, che Burroughs ha sempre ritenuto un maestro, e come nella letteratura del Novecento e oggi stesso, gli edifici del Potere sono le sedi dell’annichilimento umano, della reclusione, del sortilegio, i luoghi in cui si decidono le sorti del mondo e si sacrificano gli agnelli puri agli Dei pagani, così Los Alamos è una delle tante rappresentazioni archetipiche del potere Nero. Il luogo del degrado che forma uomini del degrado. Il luogo in cui si opprimono, si censurano, si violentano i giovani. Il tempio di una America che sputerà fuori dai suoi confini William Burroughs tossico, ricchione e ladruncolo come carne marcia. Chiudiamo su Connel, che aveva dedicato tutta la sua vita alla scuola: morì un anno dopo il pensionamento, ormai privo di uno scopo per continuare. Gli avevano staccato la presa d’energia.




Hola Hola Pamperi & Gordite!
A quasi un anno di distanza dalla nascita di Pussy Pusher abbiamo deciso di pubblicare una fanzine. Questo primo numero si chiama Creste di Gallo e le foto sono foto di foto di Toni Thorimbert. Abbiamo deciso di non fare nessun evento di presentazione, nessun party, di non fare adito a nessun tipo di pettegolezzo. Abbiamo deciso di lasciar andare le cose da sole. In tanti ci seguite tutti i giorni e non c’è bisogno di spiegazioni. Dentro la fanzine ci sono un racconto mio e le poesie di William Paradoxal arrivate fresche fresche e piene di dolore da Copacabana. Soprattutto c’è il lavoro grafico e concettuale di Andrea Sabia, il nostro terzo elemento essenziale. Suo il logo, suo il progetto, sua la “visione”. L’edizione è a tiratura limitata, ci sono 69 numeri, chi la vuole ci contatti in privato su Facebook o per email, faremo dei prezzi ad personam ed è bene che lo sappiate. Luca Beatrice, che ringraziamo ancora una volta, ci ha incluso nella mostra HOT che troverete in via Sant’Agnese 22 a Milano. Se tutto va bene troverete alcune copie della fanzine in vendita al BTOMIC di Jacopo Benassi. Non siamo qui a farci le seghe a vicenda anzi è un po’ come a un compleanno quando sei il festeggiato e ti senti in imbarazzo, però il calore dei tuoi amici ti fa stare tanto bene. Questo insomma per noi è un momento di contentezza. Ce ne saranno altre di sorprese nei prossimi mesi. Un po’ per volta.
Sempre vostri.





Jake Bugg ha 19 anni ed è inglese. Si vergogna più o meno di tutto. Quando non gli fanno domande guarda contro il muro, sembra autistico. Guarda per terra, parla in dialetto stretto. È Incomprensibile. Fa roba che ricorda pesantemente Dylan, Neil Young e gli Oasis, oltretutto Noel Gallagher gli fa da mentore e se lo porta in tour. Ok, chiunque suona chitarra e voce con quell’accento fa roba che ricorda altra roba. E qui mi viene in mente una cosa mentre lo vedo nascondersi dietro al microfono per non rispondere alle domande che gli fanno. Mi viene in mente quando suonavo a diciotto anni e me la menavo un sacco con i miei amici sul fare qualcosa di nuovo. Dovevamo per forza distaccarci da quello che sentivamo e andare oltre. Basta il rock basta il pop basta il punk. Boh, non so come mai avessimo tutta questa fregola di voler riscrivere i codici universali. Infatti penso fosse paranoia, non ce la godevamo mai e la maggior parte delle volte facevamo roba di merda. Una sera venne a sentirmi un adulto, un filosofo, una persona a me molto cara. Ci tenevo molto, ero teso. Scesi dal palco e mi disse: “l’unica cosa decente che avete fatto è quel pezzo uguale ai Ramones, il resto davvero una merda. Molla la band”. Pensai che era un vecchio bacucco. Aveva chiaramente ragione. Avevamo quell’atteggiamento altezzoso da gruppo italiano del cazzo pieno di supponenza fine anni Novanta. Eravamo noiosi e menosi e non abbiamo sfondato per questo.
Detto questo non è che tutti devono copiare gli altri. C’è solo chi è in grado di attingere dal passato e creare qualcosa che non sia attuale o retro, ma semplicemente buona da ascoltare. Jake Bugg secondo me è uno che fa musica buona da ascoltare. Il bello per il bello, l’arte per l’arte. Poi che abbia i denti già neri da piccolo bevitore e l’occhio languido di chi porta dentro il disastro e ci fa le poesie quella è una cosa che mi garba ancora di più. E anche se è spinto da un’industria discografica che propina un mare di merda, c’è da dire che ogni tanto qualche discografico ci azzecca e forse c’è ancora qualcuno che ci gode tanto a sentire un ragazzino con una voce così sincera.


La mia foto per il numero #1 di Aurora
curato da Alessandra Tecla Gerevini e Ilaria Zennaro
qui qualche altro scatto e le info per partecipare al secondo numero.


Pioverà fino a martedì. Il mio barista di fiducia dice che non è normale. Che è colpa di qualcuno.
Allude al Governo. Al Potere, all’uomo oscuro.
Siamo governati dal dubbio in Italia. Il dubbio che si insidia e ogni volta trova una prova che lo rafforza.
La prova che potrebbe essere vero.
Un tizio fa l’operaio edile, lavora con padre e figlio. Giornate in cantiere a sparare cazzate, a subire cazzate. Una volta di troppo si mandano a fanculo. Domani stai a casa gli dice il capo. Il figlio ghigna, con la faccia da serpe di tana venuta allo scoperto nella pioggia. L’operaio la mattina dopo li aspetta al bar, a Casate, dove fanno di solito colazione tutti assieme. Il sapore troppo dolce delle paste surgelate, il rumore della macchina, le tazzine bollenti del caffè. A chi hai detto di stare a casa? Pem pem pem. Stesi padre e figlio. Il figlio sempre col ghigno di serpe.
Pistola nello zainetto. Via. Lo catturano poco dopo dirà solo “Non li sopportavo più”. È successo poche ore fa.
Due morti in terra. Un morto che cammina.
Fine della storia.